Fusione Paramount-Warner Bros, la discussione si allarga – Fino a poche settimane fa erano tra i più feroci avversari della fusione tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery c’erano le syndacation delle sale di proiezione americane che non volevano assolutamente che la colossale operazione andasse in porto e avevano avviato un gruppo di pressione e di opinione davvero importante e vasto.
Ma ora Cinema United, la principale organizzazione di categoria che rappresenta gli esercenti cinematografici a livello mondiale, ha fatto un passo indietro clamoroso: in una lettera datata 18 agosto, l’organizzazione ha invitato il CEO di Paramount Skydance, David Ellison, e il procuratore generale della California, Rob Bonta, a incontrarsi “nell’immediato futuro per discutere tutte le possibili strade per risolvere il contenzioso legale che blocca il maxi-accordo da 111 miliardi di dollari”.
Fusione Paramount-Warner Bros., le posizioni
Il ribaltamento di fronte arriva in un momento delicato: la causa antitrust intentata da dodici stati guidati proprio dalla California rischia di trascinare l’incertezza fino al processo fissato per marzo 2027, con costi e conseguenze che l’industria non sembra più disposta a reggere.
La svolta di Cinema United non è isolata. Nel giro di pochi giorni, la terza catena cinematografica degli Stati Uniti per dimensioni, Cinemark, aveva dichiarato pubblicamente il proprio sostegno alla fusione unendosi al fonte di AMC Theatres e Regal Cinemas — rispettivamente il primo e il secondo circuito del paese – che avevano già avvallato il proprio benestare. In una nota, Cinemark ha ricordato di aver sempre sostenuto “la consolidazione dei media che aumenta la qualità e la produzione di film distribuiti nelle sale con campagne di marketing adeguate e finestre di esclusività teatrale”, e ha indicato che gli impegni formalizzati da Paramount — almeno 30 film l’anno in sala, finestra minima di 45 giorni prima dell’uscita in PVOD e di 90 giorni prima dell’SVOD — vanno nella direzione giusta per accontentare pubblico e distribuzione.
Il CEO di Cinemark Sean Gamble ha firmato la lettera di Cinema United insieme al CEO di Regal Eduardo Acuna e ai vertici di numerosi altri circuiti: Phoenix Theatres, B&B Theatres, Polson Theatres, Kinepolis Group, CineLux Theatres, Cineplex Entertainment e Marcus Theatres. Un’adesione trasversale che va dalle piccole catene indipendenti ai grandi gruppi internazionali, e che fotografa quanto l’industria stia modificando il proprio posizionamento rispetto alla battaglia legale in corso.
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Quattro condizioni per dare il via libera
La lettera firmata da Michael O’Leary, presidente e CEO di Cinema United, e da Mike Bowers, presidente e CEO di Harkins Theatres e chair del board dell’organizzazione, non è tuttavia una resa senza condizioni. Il documento individua quattro elementi ritenuti non negoziabili per qualsiasi accordo.
Il primo è un impegno a lungo termine per “mantenere o espandere” la produzione di film destinati all’uscita nelle sale, con finestre di esclusività significative e campagne di marketing adeguate.
Il secondo riguarda la garanzia che la fusione non comporti un aumento delle condizioni di noleggio a carico degli esercenti — un timore concreto per le sale indipendenti, che vivono su margini stretti e difficilmente potrebbero assorbire ulteriori costi.
Il terzo punto chiede salvaguardie che garantiscano l’accesso al catalogo di film per tutti gli esercenti, indipendentemente dalle dimensioni del circuito, senza vincoli che limitino la libertà imprenditoriale. Il quarto, infine, riguarda l’accesso ai cataloghi storici di Paramount e Warner Bros. a condizioni eque e in linea con i precedenti.
Sono richieste che riflettono anni di tensioni tra grandi studios e sale cinematografiche, e che in un contesto di consolidamento del settore tornano a farsi urgenti. La preoccupazione di fondo è che una struttura proprietaria sempre più concentrata possa tradursi in un potere contrattuale schiacciante nei confronti degli esercenti, soprattutto quelli di piccole dimensioni.
Fusione Paramount-Warner Bros., l’incertezza dell’industria
Nella lettera, O’Leary e Bowers riconoscono che “il settore ha il vento in poppa”: gli studi producono film di qualità, il pubblico risponde con entusiasmo, gli esercenti continuano a investire nelle proprie sale. Un quadro di relativa salute dopo anni difficili. Ma aggiungono che “nulla può essere dato per scontato”, e che la prolungata incertezza sul destino del merger rischia di frenare questa ripresa.
È un argomento che aveva già usato la settimana precedente la lettera congiunta di IATSE e della Directors Guild of America: i sindacati dei lavoratori dell’industria avevano avvertito che il processo fissato a marzo 2027 avrebbe mantenuto in uno stato di limbo decisioni di investimento, progetti in sviluppo e piani occupazionali. “Non possiamo sottolineare abbastanza quanto dannosa sia la tempistica attuale”, avevano scritto i leader dei sindacati. Cinema United si allinea sostanzialmente a questa analisi, chiedendo alle parti di agire prima che il momentum positivo si esaurisca.
A fare pressione sulla California e sugli altri procuratori generali c’è anche la richiesta avanzata da Paramount la settimana scorsa: un bond da 1,88 miliardi di dollari che i procuratori dello stato e la WGA dovrebbero depositare per coprire i costi dell’accordo — inclusa la fee di circa 7 milioni di dollari al giorno che Paramount Skydance è obbligata a pagare agli azionisti di WBD a partire dalle prossime settimane. Una mossa che aumenta ulteriormente la pressione politica e finanziaria sul fronte delle opposizioni.
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Una fusione nata in corsa
Per capire la posta in gioco, vale la pena ricordare come si è arrivati fin qui. L’accordo tra Paramount e Warner Bros. Discovery ha preso forma nel febbraio 2026, dopo che WBD aveva già in essere un accordo di fusione con Netflix. Paramount, con una proposta da 31 dollari per azione in contanti, è riuscita a convincere il board di WBD a dichiarare questa offerta “superiore” rispetto a quella di Netflix — aprendo una finestra di trattativa che, dopo un breve braccio di ferro tra i due antagonisti, si è chiusa con la firma di un accordo definitivo il 27 febbraio 2026. Si tratta della più grande operazione nella storia della cinematografia e della grande distribuzione di contenuti.
Il deal, sostenuto dalla garanzia personale di Larry Ellison, padre di David, un patrimonio personale che sfiora i 200 miliardi di dollari, ha un valore complessivo che oscilla tra i 110 e i 111 miliardi di dollari a seconda delle fonti, e creerebbe il più grande conglomerato dell’intrattenimento al mondo, con in portafoglio marchi come Paramount Pictures, Warner Bros., HBO, CNN, CBS, MTV, Cartoon Network e DC Studios.
La fusione ha già ottenuto il via libera delle autorità messicane, ma il processo antitrust negli Stati Uniti — voluto da dodici stati e con la WGA schierata a fianco dei procuratori — resta il principale ostacolo alla chiusura.
Cosa succede adesso
La situazione è fluida. L’appello di Cinema United è politicamente significativo perché arriva da chi aveva inizialmente avversato il deal, ma non è detto che il procuratore Bonta e i suoi colleghi siano disposti a modificare la propria posizione. Il processo di marzo 2027 resta il nodo cruciale di tutta la vicenda. Quello che cambia è il peso specifico delle voci a favore di una risoluzione negoziata: ora includono le tre principali catene cinematografiche americane, i principali sindacati del settore e la stessa organizzazione di categoria degli esercenti mondiali.
Rimane da vedere se Paramount sarà in grado di offrire garanzie sufficientemente vincolanti da soddisfare anche i procuratori più critici, o se la partita si chiuderà davvero in un’aula di tribunale nella primavera del prossimo anno. Nel frattempo, ogni settimana di incertezza ha un costo — letterale — per tutte le parti coinvolte.
L’inversione di Cinema United ha un significato che va oltre la tattica legale: segnala che l’industria cinematografica nel suo complesso non vuole più essere il campo di battaglia di uno scontro tra regolatori e finanza. Dopo anni di streaming wars, contrazione del box office e ristrutturazioni dolorose, le sale cinematografiche cercano anzitutto stabilità. Se la Fusione Paramount-Warner Bros la garantirà davvero è ancora tutto da dimostrare — ma il fatto che anche i suoi ex avversari più rumorosi comincino a dubitarne è, di per sé, un segnale che il vento è cambiato.

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