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Addio ad Afrika Bambaataa, il padre dell’hip hop che cambiò la musica per sempre

È scomparso a 68 anni Afrika Bambaataa, simbolo di una proposta artistica forte, determinata e resiliente che da hip-hop è diventato pop

Ufficializzata la scomparsa di Afrika Bambaataa scomparso giovedì 9 aprile in Pennsylvania, a 68 anni, per complicazioni legate a un cancro alla prostata. Con lui se ne va uno degli uomini che hanno inventato l’hip hop, forse il più visionario di tutti.

Si chiamava Lance Taylor ma per tutti era Afrika Bambaataa, cresciuto nel Bronx degli anni Settanta, quando il quartiere era un vero campo di battaglia tra gang rivali, povertà e abbandono istituzionale. Un contesto in cui era facilissimo perdersi e che divenne congeniale per lui che proprio dal disagio trovò un modo per trasformare tutto quel caos in qualcosa di straordinario.

Dal Bronx al mondo, con un giradischi

Bambaataa cominciò a fare il dj nelle feste di quartiere a inizio anni Settanta, ispirato da DJ Kool Herc, l’altro grande pioniere che aveva intuito le possibilità dei breakbeat. Ma Bambaataa fece qualcosa di più: mise insieme funk, soul, musica disco e — in modo del tutto inaspettato — l’elettronica dei Kraftwerk.

Il risultato fu “Planet Rock”, uscita nel 1982 con i Soulsonic Force. Un brano che non somigliava a niente di già sentito, capace di aprire le porte a generi che sarebbero arrivati decenni dopo: electro, house, techno, Miami bass. Una rivoluzione sonora partita da un appartamento del Bronx. Il suo strumento erano i piatti. Ma a poco a poco Afrika Bambaataa cominciò a capire le potenzialità dei computer, dei campionatori, e soprattutto delle drum machine. Nelle sue mani le prime, elementari Roland diventano una svolta epocale.

“Planet Rock” non fu l’unico contributo di Bambaataa alla storia della musica. “Looking for the Perfect Beat” (1983) e “Renegades of Funk” dello stesso anno diventarono classici istantanei. Nel 1985 partecipò al progetto Sun City contro l’apartheid sudafricano, insieme a nomi come U2, Run-D.M.C. e Joey Ramone.

Nel 1986 pubblicò Unity in collaborazione con James Brown. Una carriera costruita sulla contaminazione, sull’apertura, sul rifiuto dei confini tra generi. Poi diede vita insieme agli inglesi UB40, un altro collettivo votato al reggae, il suo più grande successo commerciale, “Reckless”.

La Zulu Nation: musica come strumento di pace

Forse ancora più importante della musica fu la Universal Zulu Nation, l’organizzazione che Bambaataa fondò nel 1973. Il nome prendeva ispirazione da Bhambatha, capo Zulu simbolo della resistenza al colonialismo, e le intenzioni erano chiare fin dall’inizio: portare pace nei quartieri devastati dalla criminalità, offrire ai giovani afroamericani un’alternativa alle gang. La Zulu Nation identificò nell’hip hop i suoi quattro pilastri — DJing, rap, graffiti e breakdance — e li usò come strumenti di riscatto sociale e identità culturale.

Grazie ad Afrika Bambaataa e alla Zulu Nation, l’hip hop uscì dal Bronx. Prima Manhattan, poi le altre grandi città americane, poi il mondo intero. Insieme a DJ Kool Herc e Grandmaster Flash, Bambaataa è considerato uno dei tre padri fondatori di un movimento che oggi è il genere musicale più ascoltato sul pianeta.

Un’eredità complicata

Sarebbe disonesto non nominare l’altra metà della storia. Dal 2016 in poi, la reputazione di Afrika Bambaataa fu duramente colpita da numerose accuse di abusi sessuali su minori, risalenti agli anni Settanta e Ottanta. Più uomini raccontarono storie simili. Lui negò sempre tutto. Ma nel 2025 perse una causa civile per default judgment, non presentandosi in aula. La Zulu Nation prese le distanze da lui già nel 2016.

La domanda che la sua morte riporta in superficie è quella che il mondo della musica si è posto tante volte: come si tiene insieme il genio e l’uomo? Come si celebra chi ha costruito qualcosa di enorme lasciando però anche ferite reali? Non ci sono risposte semplici, e forse non è nemmeno giusto cercarne una sola. Quello che resta è la musica — e la musica di Afrika Bambaataa ha cambiato tutto.

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