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Processo Omicidio Tupac, la svolta: “Fu Orlando Anderson a sparare” — il racconto di Keffe D in aula

Processo omicidio Tupac Shakur, la giuria ha ascoltato una registrazione del 2008 in cui Duane "Keffe D" Davis descrive i momenti dell'agguato fatale del 1996 a Las Vegas accusando il nipote di avere sparato

Processo Omicidio Tupac Shakur, c’è una svolta – La sala d’udienza è silenziosa. Sullo schermo scorrono le trascrizioni di una registrazione audio risalente al 2008, la voce è quella di Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, imputato per l’omicidio di Tupac Shakur. Per la prima volta nella storia del caso, una giuria ascolta Davis descrivere in prima persona i momenti dell’agguato che il 13 settembre 1996 tolse la vita al rapper di 25 anni.

Processo omicidio Tupac, quella notte a Las Vegas

Secondo quanto emerso in aula, Davis si trovava a bordo di una Cadillac bianca insieme al nipote Orlando “Baby Lane” Anderson e ad altri due uomini. Il convoglio incrociò l’auto su cui viaggiavano Tupac e Marion “Suge” Knight, patron della Death Row Records. Davis ha raccontato ai detective che, se il veicolo avversario si fosse trovato sul suo lato, avrebbe sparato lui stesso. Invece era sul lato opposto.

A quel punto, stando alla sua deposizione, Davis passò l’arma a Deandre “Big Dre” Smith, che però rifiutò di usarla. Fu allora che Anderson, seduto anche lui sul sedile posteriore, prese la pistola e aprì il fuoco. Davis ha aggiunto di aver creduto inizialmente che anche Suge Knight fosse rimasto ucciso nell’agguato.

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Il contesto dell’intervista: una conversazione “riservata”

La registrazione del 2008 non nacque come indagine sull’omicidio Shakur. I detective della polizia di Los Angeles, Daryn Dupree e Greg Kading, avevano convocato Davis per interrogarlo sulla morte di Biggie Smalls, il Notorious B.I.G., ucciso nel 1997 in un caso ancora irrisolto, nel quale Davis era stato brevemente considerato sospettato prima di essere scagionato.

Nel corso di quella conversazione, i detective garantirono a Davis che nulla di quanto avrebbe detto sarebbe stato usato contro di lui. “Niente esce da questa stanza”, si sente nella registrazione. Parte del pubblico in aula ha scosso la testa a quelle parole. L’accusa sostiene però che Davis abbia successivamente annullato quell’accordo di riservatezza rendendo pubbliche le sue dichiarazioni in podcast, interviste e nel memoir del 2019 Compton Street Legend, co-firmato dallo stesso imputato.

Processo Omicidio Tupac
Keffe D, il principale accusato dell’omicidio di Tupac, oggi sotto processo – Credits Tupac Shakur Nation (SOM)

La linea difensiva e le contraddizioni

L’avvocato difensore di Davis ha definito la ricostruzione accusatoria “pura finzione”, sostenendo che il suo assistito fosse “pieno di balle” quando raccontava storie sulla propria partecipazione all’omicidio e che le autorità lo sapessero. La difesa ha inoltre puntato sull’assenza di riscontri materiali alle dichiarazioni di Davis: nessuna prova fisica, secondo la difesa, corrobora le sue ammissioni.

Va ricordato che Davis aveva in precedenza fornito versioni contrastanti degli eventi. All’FBI aveva escluso il coinvolgimento del nipote Anderson — morto nel 1998 durante un’altra sparatoria tra gang a Compton — e aveva invece ipotizzato responsabilità di Suge Knight o di Sean “Diddy” Combs. Davis ha sempre dichiarato la propria innocenza e si è dichiarato non colpevole.

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Il movente: la rissa al MGM Grand

L’accusa sostiene che l’omicidio di Tupac fu pianificato come ritorsione per un’aggressione subita dallo stesso Anderson poche ore prima, nella notte tra il 7 e il 13 settembre 1996, negli spogliatoi del MGM Grand di Las Vegas, dopo l’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon. Davis era presente alla serata ma non alla rissa. Più tardi, in auto, il gruppo avrebbe riconosciuto Tupac che sporgeva dal finestrino di una BMW nera urlando il proprio nome.

Processo Omicidio Tupac, la famiglia del rapper in aula

Durante la riproduzione della registrazione, i familiari di Tupac erano presenti in aula. Chi guardava lo schermo, chi abbassava gli occhi. Nessuna reazione appariscente: solo silenzio, quello stesso silenzio che ha avvolto per quasi trent’anni la verità sulla morte di uno degli artisti più influenti della storia della musica.

Chi era Tupac Shakur

Tupac Shakur morì il 13 settembre 1996, sei giorni dopo essere stato colpito da quattro proiettili a Las Vegas. Aveva 25 anni e stava vivendo il periodo di maggiore ascesa: i suoi dischi vendevano milioni di copie, la sua carriera cinematografica era in piena espansione. A trent’anni dalla morte, il suo mito non ha smesso di crescere: la cultura popolare lo ha consacrato icona assoluta, i suoi album continuano a entrare nelle classifiche, la sua immagine campeggia sulle magliette di mezzo mondo. 

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Processo Omicidio Tupac
Una immagine rarissima diffusa durante il processo, Snoop Dogg accanto a Tupac, in coma – Credits Tupac Shakur Nation (SOM)

Processo Omicidio Tupac, le prove dell’accusa

L’impianto accusatorio si regge in larga misura sulle stesse parole di Davis: le dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni — ai detective, agli inquirenti FBI, ai giornalisti nei podcast, nel libro — costituiscono il nucleo centrale del caso. Kading, uno dei detective che condusse l’intervista del 2008, descrisse successivamente quell’incontro in un proprio libro. Anche questa circostanza ha contribuito a rendere pubblico il contenuto della conversazione, erodendo secondo l’accusa qualsiasi tutela garantita all’epoca a Davis.

Processo omicidio Tupac, in sintesi

Il processo a Keffe D è molto più di una vicenda giudiziaria: è l’ultimo atto di una storia che ha plasmato l’immaginario del rap americano per tre decenni.

Se le accuse fossero confermate, si chiuderebbe uno dei cold case più celebri della cultura pop mondiale, ma resterebbe aperta un’altra domanda: quante versioni dei fatti, costruite nel tempo per auto-promozione o per sopravvivenza, sono state necessarie perché la giustizia arrivasse fin qui?

La risposta a quella domanda, qualunque essa sia, dice qualcosa di scomodo sia sul sistema giudiziario americano sia sull’industria dell’intrattenimento che ha trasformato persino un omicidio in materiale narrativo.

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