Claudio Spadaro è il classico esempio di un attore che ha saputo lavorare con più grandi, interpretando ruoli complicati e impegnativi, raccogliendo molto. Ma forse non abbastanza, non tutto quello che avrebbe meritato.
Un po’ anche per quella scelta personale di essere in scena ma mai al centro né alla ricerca del primo piano, pur essendo sempre all’altezza delle richieste del regista e alla funzionalità del suo ruolo.
La scomparsa di Claudio Spadaro
Spadaro è scomparso a Taranto, la città dove era nato il 17 giugno 1953 e dove era tornato nei mesi scorsi per affrontare una malattia incurabile che lo aveva progressivamente debilitato. Avrebbe compiuto 73 anni la prossima settimana.
I funerali si sono svolti l’11 giugno nella Chiesa del Santissimo Crocifisso a Taranto, alla presenza di familiari, amici e colleghi. Una cerimonia raccolta, coerente con il carattere di un uomo che aveva sempre vissuto con discrezione gli onori pubblici e che aveva scelto, nel momento più difficile della sua vita, di tornare alla sua terra. Taranto era rimasta il suo punto di riferimento affettivo per tutta la vita, nonostante più di cinquant’anni trascorsi lontano dalla Puglia, prima a Roma poi in giro per i set di mezza Italia. La notizia della sua scomparsa è stata diffusa dalle agenzie a esequie avvenute.
Una carriera costruita sul rigore
Claudio Spadaro lasciò Taranto da giovanissimo per trasferirsi a Roma, con l’idea di fare l’attore in modo serio. Non era uno di quelli che cercava la scorciatoia: studiò teatro molto a lungo, frequentò i circuiti della scena romana, anche quelli più underground e sperimentali, costruì il proprio percorso con pazienza e metodo. Gli esordi arrivarono alla fine degli anni Settanta, in un periodo straordinariamente fertile per il cinema italiano — quello della Commedia all’italiana, del cinema d’impegno civile, della grande stagione dei maestri che stavano portando il cinema di casa nostra ai vertici mondiali.
In quella stagione, Spadaro trovò il suo posto. Non come protagonista — una scelta, quasi una vocazione — ma come interprete di carattere, come presenza su cui i registi potevano contare per dare spessore a un personaggio di cornice, per dare credibilità a una scena difficile, per portare in scena quella qualità rara che si chiama verità. Nel corso degli anni lavorò con Marco Bellocchio, Nanni Moretti, Mario Monicelli, Ricky Tognazzi, Marco Tullio Giordana, Franco Zeffirelli. Una lista che è già, di per sé, un curriculum.
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Mussolini per Zeffirelli
Tra tutte le interpretazioni della sua carriera, quella che lo rese più riconoscibile al grande pubblico fu probabilmente la più sorprendente e anche la più impegnativa: Benito Mussolini. Spadaro aveva una somiglianza fisica con il dittatore che diversi registi notarono nel tempo, e che lo portò a interpretare il Duce in più di un’occasione. La più celebre resta quella in Un tè con Mussolini di Franco Zeffirelli, uscito nel 1999, film ambientato nella Firenze degli anni Trenta con un cast internazionale che comprendeva Maggie Smith — premio Oscar — e la famosissima Cher.
Spadaro portò in scena un Mussolini credibile e misurato, senza mai cedere alla caricatura, in un film che mescolava nostalgia e ironia con la leggerezza tipica di Zeffirelli.
Tornò nel ruolo del Duce anche nella miniserie televisiva Maria Josè, l’ultima regina, diretta da Carlo Lizzani — uno dei grandi del cinema italiano del dopoguerra — confermando la sua capacità di restituire un personaggio storico complesso senza appiattirlo né gonfiarlo. Non era un’imitazione: era un’interpretazione. La differenza, per chi fa questo mestiere sul serio, è tutto.
Pigreco e Romanzo Criminale
Per una generazione di spettatori, però, il volto di Claudio Spadaro è indissolubilmente legato a un altro personaggio: Pigreco, il misterioso agente dei servizi segreti nella serie Romanzo Criminale, produzione Sky tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e dalla sceneggiatura di Stefano Rulli e Sandro Petraglia. Andata in onda tra il 2008 e il 2010, la serie raccontava la storia della Banda della Magliana e degli anni di piombo romani con una crudezza e un rigore che non aveva precedenti nella fiction italiana.
Pigreco era uno dei personaggi più enigmatici della serie: un uomo dei servizi deviati che si muoveva nell’ombra, che orchestrava senza mai comparire troppo, che incarnava quella zona grigia tra Stato e criminalità che è uno dei temi centrali di tutta la storia italiana del dopoguerra. Spadaro lo interpretò con grande economia di mezzi — poche parole, sguardi, presenza fisica — costruendo un personaggio che lasciava il segno pur restando volutamente sfuggente. Fu uno dei contributi più apprezzati della serie da parte della critica.
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La televisione, il teatro, la riservatezza
Accanto al cinema d’autore e a Romanzo Criminale, Spadaro costruì nel tempo una presenza solida nella fiction televisiva italiana più popolare. È apparso con Michele Placido in La Piovra, e ancora in Distretto di Polizia, Don Matteo, Paolo Borsellino, Le indagini di Lolita Lobosco. Serie diverse per tono, pubblico e ambizione, ma tutte accomunate dalla stessa caratteristica: la presenza di Spadaro era sempre una garanzia di qualità, anche nei ruoli minori. Era il tipo di attore che i produttori chiamavano quando volevano che una scena funzionasse davvero.
Negli ultimi anni aveva scelto di dedicare più spazio al teatro, la sua prima passione, quella da cui era partito alla fine degli anni Settanta. Un ritorno alle origini che non era una resa ma una scelta — la conferma di un carattere che aveva sempre privilegiato il lavoro sulla visibilità, la sostanza sulla forma. Il suo carattere schivo e riservato era noto a chi lo conosceva: raramente accettava premi e riconoscimenti personali, e quando lo faceva era quasi sempre per iniziative legate alla sua Taranto o a cause sociali in cui credeva.
Il ritorno a Taranto
Quando i segni della malattia erano cominciati a farsi più evidenti, Spadaro scelse di tornare a casa. A Taranto, nella città che aveva lasciato da ragazzo per inseguire un sogno e che non aveva mai smesso di amare. Lì si è concluso il suo percorso umano e artistico, circondato dall’affetto dei familiari, in quella stessa terra da cui era partito con una valigia e la voglia di fare l’attore sul serio.

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