Dolly Parton è morta a 80 anni – La cantante, autrice, attrice e imprenditrice americana si è spenta ieri, martedì 25 agosto nella sua splendida residenza di Nashville dopo una breve battaglia contro il cancro. Era malata da alcuni mesi: lo scorso anno era stata costretta a cancellare un tour che lei stessa aveva definito “il commiato dal mio pubblico”.
Una frase che aveva allarmato molto i suoi fan – milioni in tutto il mondo – che aveva abituato a lunghissimi concerti. Si calcola che i suoi show siano stati migliaia; non meno di 250 all’anno nelle stagioni di maggiore successo. “Esibirmi dal vivo è la cosa che mi fa stare meglio e mi tiene viva, altro che medicina e antidepressivi. Quando sono sul palco e sento quanto la gente ama me e le mie canzoni sento che potrei vivere per sempre di questa passione e con questo affetto” aveva detto nel 1996…
Dolly Parton, icona e mito
Con lei scompare molto più di una delle grandi regine della musica country: se ne va una figura capace di trasformare un genere profondamente radicato nell’America rurale in un linguaggio popolare e internazionale, senza rinnegare quasi mai le proprie origini.
In oltre sessant’anni di carriera Parton ha attraversato musica, cinema, televisione, imprenditoria e filantropia costruendo un personaggio immediatamente riconoscibile, ma soprattutto un catalogo di canzoni destinato a sopravviverle.
Ha venduto oltre 100 milioni di dischi e scritto circa 3.000 brani. Dietro ai capelli cotonati, ad abiti scintillanti e glam che le ritagliavano addosso un’immagine volutamente esagerata c’era soprattutto una songwriter formidabile, capace di raccontare povertà, desiderio, gelosia, emancipazione e orgoglio femminile con una semplicità quasi disarmante.
La forza delle sue canzoni era proprio l’immediatezza: “Ho studiato poco, ma ho capito la gente. E fin da subito mi sono imposta di essere chiara e comprensibile da tutti, non mi interessava sembrare più intelligente di quello che ero. Mi interessava che tutti capissero esattamente quello che volevo dire…”
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Dalle montagne del Tennessee alla conquista dell’America
Dolly Rebecca Parton era nata il 19 gennaio 1946 nel Tennessee, quarta di dodici figli. La famiglia viveva in condizioni molto modeste sulle Great Smoky Mountains e quell’infanzia sarebbe diventata una delle sorgenti principali della sua scrittura. Coat of Many Colors, una delle sue canzoni più amate, nasce proprio dal ricordo di un cappotto cucito dalla madre con pezzi di stoffa dei vestiti smessi dai suoi fratelli ma anche dalla vergogna provata a scuola davanti ai compagni, vestiti e firmati.
Cominciò a cantare fin da bambina guadagnando i primi dollari nelle fiere del paese. Si impose di finire le scuole superiori ma il giorno dopo il diploma, a diciassette anni e con la patente appena presa, si trasferì a Nashville. L’incontro decisivo fu quello con Porter Wagoner, che nel 1967 la volle nel suo programma televisivo e le offrì una vetrina nazionale. Il sodalizio durò anni, ma Dolly voleva una carriera autonoma. Quando decise di andarsene, trasformò la separazione professionale in una canzone: I Will Always Love You.
I Will Always Love You, la canzone che diventò più grande di lei
I Will Always Love You non era nata come una canzone d’amore romantico, ma come un saluto a Wagoner cui in qualche modo la Parton doveva quasi tutto. La portò al numero uno della classifica country nel 1974 e riuscì nell’impresa di riportarcela nel 1982 con una nuova registrazione.
Poi arrivò Whitney Houston. La sua interpretazione per The Bodyguard nel 1992 trasformò il brano in uno dei singoli più celebri della storia della musica pop. La voce era quella della Houston, che non volle cambiare né adattare una sola virgola del successo originale. Parole e musica erano di Dolly Parton: una dimostrazione definitiva della capacità della songwriter del Tennessee di scrivere melodie capaci di vivere ben oltre i confini del country.
La scena di Guardia del Corpo in cui nel juke box di un vecchio road bar Kevin Costner balla con Whitney Houson la sua canzone preferita non è molto lontana dalla realtà. Chi ha visitato almeno una volta le strade del country sa che in qualsiasi road bar questo 45 giri è uno dei più programmati da almeno 50 anni. In America lo stampano ancora: per i juke box…
Attorno alla canzone esiste anche uno degli aneddoti più famosi della sua carriera. Elvis Presley non appena la sentì avrebbe voluto inciderla, ma il suo manager Colonel Tom Parker chiedeva una quota dei diritti editoriali.
La Parton, che voleva molto bene ad Elvis, litigò con Parker e rifiutò. Fu una scelta dolorosa per una ragazza cresciuta adorando Elvis, ma anche una decisione imprenditoriale fondamentale: conservare la proprietà delle proprie canzoni sarebbe diventato uno dei pilastri della sua indipendenza. La leggenda racconta che Elvis e Dolly si sarebbero incontrati e chiariti a Las Vegas poco prima della morte del Re, durante la sua lunga e ultima residency: “Hai fatto bene, ti voglio bene” le avrebbe detto Elvis facendola piangere.
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Jolene e quel ritornello che ha attraversato mezzo secolo
Se I Will Always Love You ha avuto una seconda vita attraverso Whitney Houston, Jolene è probabilmente la canzone che immediatamente identifica di più Dolly Parton. Pubblicata nel 1973, è stata il suo primo grande successo. È la supplica di una donna a una rivale bellissima perché non le porti via l’uomo che ama. Pochissime parole, un giro di chitarra inconfondibile e un nome ripetuto quasi ossessivamente, come una preghiera laica.
Il brano ha attraversato generazioni e generi musicali, diventando uno standard reinterpretato da artisti lontanissimi dal country. Nel 2024 Beyoncé ne ha proposto una rilettura in Cowboy Carter, ulteriore prova di quanto il repertorio di Parton sia diventato patrimonio della cultura pop molto oltre Nashville.
9 to 5: Dolly diventa anche una star del cinema
All’inizio degli anni Ottanta Dolly Parton compì un altro passaggio decisivo. Con il film 9 to 5, accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin, entrò definitivamente nell’immaginario cinematografico americano. La canzone omonima diventò un enorme successo e un inno alla frustrazione delle lavoratrici intrappolate nelle gerarchie dell’ufficio.
Seguirono film come The Best Little Whorehouse in Texas, in cui interpretava la matrona di una vecchia casa d’appuntamento e Steel Magnolias, Fiori d’Acciaio, film splendido, pubblicato nel 1989 e ispirato a un’opera teatrale di Robert Harling, arricchito da un cast femminile formidabile che contava Julia Roberts, legatissima e grande amica della Parton, Sally Field, Olympia Dukakis, Daryl Hannah e Shirley McLane.
Dolly aveva capito prima di molti altri artisti che una carriera poteva svilupparsi contemporaneamente su più piattaforme. Era una cantante country che funzionava nelle radio pop, un’autrice che poteva scrivere per altri, un’attrice, una presenza televisiva e, soprattutto, un marchio riconoscibile senza mai sembrare soltanto un prodotto.
Tuttavia aveva sempre la capacità di prendersi sul serio solo fino a un certo punto. Nel 2005 quando le proposero un cameo nel sequel di Miss Detective con Sandra Bullock pretese di mettere mano personalmente al copione: gli sceneggiatori accolsero con entusiasmo la sua idea… Mentre la Bullock insegue un suo clone finisce per imbattersi nella vera Dolly Parton tentando di strapparle la parrucca: e scoprire che i suoi erano capelli veri. Una scena spassosa.
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Dollywood e l’istinto imprenditoriale
Nel 1986 entrò nel progetto che sarebbe diventato Dollywood, il parco tematico di Pigeon Forge, nel Tennessee. Poteva sembrare l’ennesima operazione costruita intorno a una celebrità. Diventò invece una delle principali attrazioni turistiche della regione e un importante motore economico per il territorio nel quale era cresciuta.
“Questo posto non è solo sulla mia carta d’identità, mi ha dato moltissimo di quello che sono e di ciò che sono diventata. Mi piaceva l’idea di restituire qualcosa alla mia gente…”
Anche questo è un elemento essenziale per capire Dolly Parton: diventò una star globale senza recidere il legame con le Smoky Mountains. Trasformò la propria origine non soltanto in racconto, ma in attività economica e restituzione alla comunità. È lì che ha tenuto il suo ultimo live, il 14 marzo dello scorso anno cantando una sola canzone, Celebrate the Dreamer in You, sapeva già di essere malata e sarebbe entrata in terapia pochi giorni dopo. Non salì più su un palco.
La Imagination Library e milioni di libri regalati ai bambini
La parte forse meno spettacolare della sua eredità è anche una delle più concrete. Nel 1995 Parton creò la Imagination Library nella contea di Sevier, ispirata dal padre, che non aveva imparato a leggere e scrivere e si faceva leggere i libri di narrativa dai suoi figli… Il progetto cominciò spedendo gratuitamente libri ai bambini della sua zona dalla nascita ai cinque anni e si estese progressivamente negli Stati Uniti e poi in Canada, Regno Unito, Australia e Irlanda.
Nel tempo l’iniziativa ha distribuito centinaia di milioni di libri e oggi ne spedisce milioni ogni mese. Per Parton era una forma di filantropia legata direttamente alla propria storia familiare: suo padre, raccontava, era particolarmente orgoglioso quando i bambini la chiamavano “The Book Lady”. Per molti anni fu lei ad andare personalmente nelle scuole elementari a leggere un libro: e il libro diventava un compagno di giochi, un amico.
Il milione di dollari che contribuì alla ricerca sul vaccino Moderna
Durante la pandemia la sua attività filantropica acquistò una visibilità inattesa. Nel 2020 Parton donò un milione di dollari al Vanderbilt University Medical Center per la ricerca sul Covid-19. Quel finanziamento contribuì al lavoro scientifico collegato allo sviluppo del vaccino Moderna.
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Un personaggio costruito con intelligenza
Dolly Parton non ha mai fatto finta che il suo look fosse naturale. Al contrario, ha giocato per tutta la vita con l’artificio, con l’autoironia e con l’immagine della bionda appariscente che gli altri potevano erroneamente sottovalutare. Dietro quella maschera c’era una donna attentissima alla proprietà delle proprie opere, alla gestione della carriera e alla costruzione di un’identità che nessuno avrebbe potuto confondere con un’altra.
Forse è proprio questa la ragione per cui è riuscita in qualcosa di raro: appartenere contemporaneamente al country più tradizionale e alla cultura pop internazionale. Nel 2022 entrò anche nella Rock and Roll Hall of Fame, dopo avere inizialmente detto di non sentirsi abbastanza “rock” per meritare quell’onore.
L’anno successivo rispose a modo suo, pubblicando Rockstar, un album incentrato sul repertorio rock. Entrò incredibilmente anche nella classifica rock con decine di superstar che avrebbero voluto affiancarla: a cominciare da Lenny Kravitz, suo grande fan. Sul disco compaiono voci straordinarie: Sting, Miley Cyrus, Desmond Childs, John Fogerty, Steve Perry e Steven Tyler degli Aerosmith, Richie Sambora dei Bon Jovi, Joan Jett. Un album da trenta canzoni con alcuni dei classici della musica rock riproposti come nessuno si sarebbe mai immaginato. Il suo ultimo disco in studio.
Dolly Parton, un’eredità molto più grande del country
La morte di Dolly Parton ha provocato reazioni in tutto il mondo della musica, dello spettacolo e della politica. È il segno di una popolarità che da tempo aveva superato le classifiche. Basti pensare che uno dei flipper più popolari e di maggior successo di sempre, oggi un autentico oggetto di culto per gli appassionati, era il suo, il Dolly Parton della Bally.
Tuttavia cià che resta sono soprattutto le canzoni, naturalmente. Jolene. Coat of Many Colors. 9 to 5. I Will Always Love You. E poi Restano i film, Dollywood, i libri spediti gratuitamente ai bambini e una quantità impressionante di artisti che hanno attraversato il suo repertorio.
Ma resta soprattutto una trasformazione culturale. Dolly Parton prese il country delle montagne del Tennessee e lo portò nelle classifiche pop, a Hollywood, nei parchi tematici, nelle televisioni di tutto il mondo e, decenni dopo, nei dischi delle nuove superstar. Senza smettere di parlare con l’accento di casa e senza mai nascondere da dove veniva. È probabilmente questa la sua eredità più grande: avere dimostrato che si poteva diventare universali restando profondamente legati alle proprie radici.
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Dolly Parton in Italia
Dolly Parton non ha mai tenuto concerti ufficialmente nel nostro paese. Partecipò ad alcuni show televisivi negli anni ’80, uno con Pippo Baudo, ma senza mai suonare dal vivo. Tuttavia di tanto in tanto tornava nel nostro paese soprattutto come turista: uno dei suoi ultimi viaggi nel 2014 per un breve tour europeo che la vide suonare a Locarno, in piazza, in occasione di un festival.

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